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Visioni Digitali: intervista a Simone Arcagni

Il fenomeno del personal brodcasting – da Periscope a Meerkat passando per l’italiana Streamago – ha segnato il 2015. In Italia da ottobre è attivo anche Netflix che ha contribuito ad ampliare il numero di utenti che vedono video in streaming, in linea con i trend globale che vede crescere sempre maggiormente il consumo di contenuti audiovisivi online e on demand.
Che fine fanno allora i cinema e la TV così come li conoscevamo? Come cambiano?
Sul tema ho fatto quattro chiacchiere con Simone Arcagni, Professore Associato dell’Università di Palermo, giornalista e autore del volume Visioni Digitali. Video, web e nuove tecnologie, un’ottima panoramica con eccellenti approfondimenti su come sia cambiato il mondo degli audiovisivi.

 

1. Ciao Simone, ci spieghi quali sono le “Visioni Digitali” del tuo libro? 

È quella che ho chiamato “Galassia Postcinema”, cioè quei contenuti audiovisivi strettamente legati ai media digitali che non sono riconducibili a quello che abbiamo fino a qui inteso per cinema e televisione. Si tratta di forme, modi, pratiche che si dispiegano su diverse tecnologie e device, che invadono le piattaforme social e non, che ridefiniscono gli archivi on-line. Sono i contenuti ibridi come app, augmented reality film o video e virtual reality film o video. Si tratta di webserie, di webdocumentari cross e trans-mediali, di storytelling interattivi, di app game narrative, di videomapping, software cinema, augmented reality video, film interattivi, transmedia storytelling. Ma anche virali, tutorial… cioè quegli audiovisivi che stanno al centro della nostra comunicazione (quelli di Facebook, di YouTube o Instagram, per esempio) e che seppure si rifanno a forme linguistiche audiovisive che rimandano al cinema (come prima grande forma dell’audiovisivo), nascono però all’interno di una realtà tecnologica. Sono digitali, figli del computing e quindi per comprenderli a fondo e nella loro pscificità dobbiamo analizzarli e studiarli proprio all’interno dell’infosfera, del codice, del software, delle dinamiche della Rete.

2. Schermo o schermi: com’è cambiata la nostra abitudine di consumo dei prodotti audiovisivi? Soprattutto, quali sono le piattaforme che “promettono meglio”?

Uno dei caratteri fondamentali di questo universo di forme e di esperienze è l’interattività (in diverse forme e in diversi gradi, ovviamente) che si orienta sempre più verso una forma di partecipazione totale, di immersione… si pensi alle esperienze di realtà aumentata o di realtà virtuale. Ciò che caratterizza l’ “adesso” è una moltitudine di schermi sempre più convergenti: dallo smartphone al tablet al pc fino alla smart TV che potrebbe (dovrebbe) diventare l’epicentro del nostro lavoro di archiviazione e smistamento dei contenuti. Il next future penso sarà caratterizzato da una sempre maggiore scomparsa degli schermi a favore di una visione senza filtri e barriere in un universo ibrido tra reale e virtuale entro cui ci orienteremo attraverso lo storytelling: narrazioni per accedere alle informazioni, alle notizie, per godere dell’intrattenimento, per aggiornarci, per fare educational o per visitare luoghi, siti, musei etc.

A mio parere il boom lo faranno le piattaforme di realtà virtuale: la mole di investimenti e il numero già cospicuo di produzioni sia “dall’alto” che “dal basso” indica che questa direzione è stata intrapresa e vi stanno partecipando, non solo i grandi player della Rete, ma anche major (Warner Bros., per esempio) e studi, supportati da festival (Tribeca e Sundance in prima fila) e broadcaster (National Geographic tra gli altri)

3. L’anno scorso ha segnato l’esplosione di quello che chiamo personal broadcasting. Stiamo sempre maggiormente diventando narratori, determinando in modo significativo il modo in cui la realtà viene raccontata, o meglio, testimoniata in tempo reale: moda passeggera o definirsi di un preciso e nuovo medium?

Non so se si tratta tanto di un nuovo medium ma sicuramente di un approccio che caratterizza i media digitali. L’interazione, la partecipazione e finanche la manipolazione dei contenuti… e accanto ad esso la possibilità di archiviare contenuti e predisporre percorsi e tempistiche personali di fruizione (magari da condividere) non è un trend ma uno specifico di questo universo della comunicazione. L’utente non vuole essere protagonista, è protagonista, almeno in parte, di scelte di condivisioni, di partecipazione… pensiamo all’intrigante mondo del fandome… è un processo ormai radicato e che è parte integrante dell’esperienza dei media digitali.

4. A proposito di medium, i confini di ciò che intendiamo per TV e cinema sono mutati. Se dovessi fare una previsione da qui a 5 anni come vedi il futuro di entrambi?Schermo o schermi: com’è cambiata la nostra abitudine di consumo dei prodotti audiovisivi? Soprattutto, quali sono le piattaforme che “promettono meglio”?

Io penso che TV e cinema non spariranno… il digitale ha assestato un colpo al sistema economico, commerciale e industriale, ma abbiamo bisogno di cinema e di TV (soprattutto di servizio pubblico). Vanno ripensati gli ambiti, la gestione dell’economia di questi media e sicuramente le strategie di coinvolgimento tecnologico.
Il modello di fruizione ch vedo sempre più affermarsi è quello della libertà dell’utente di scegliere schermi diversi in tempi e luoghi diversi, assecondando così il carattere del computing contemporaneo, pervasive e ubiquitous
A proposito di piattaforme/ tecnologie: da una parte le app e lo sviluppo del mobile, sicuramente. Dall’altra – come ho già accennato – le piattaforme per la realtà virtuale.

E dopo l’annuncio di Zuckerberg al Mobile World Congress ci saranno sicuramente sviluppi interessanti in quest’ambito.
E voi su quale trend scommettereste e come sono cambiate le vostre visioni digitali?